Quando si butta nel cestino la responsabilità della comunicazione
Da giovane operatore della comunicazione c’è un aspetto su cui non transigo e che mi fa tirare testate contro allo stipite della porta quando lo vedo trascurare e calpestare: la responsabilità in quello che si scrive. Il nostro mestiere non è esercizio fisico per le dita delle mani impegnate a battere i tasti di una tastiera; è tutt’altro: è la costante valutazione dell’impatto sociale, culturale e politico di quello che scriviamo.
È più di una settimana che sono alla ricerca delle parole adatte, non retoriche, per trasmettere l’enorme bagaglio culturale che da semplice spettatore mi porto dalla sesta stagione di “Fame d’amore”. il commento che state leggendo avrebbe dovuto avere decisamente un tono diverso ma, dopo quello che ho letto pubblicato sul sito web di uno dei più autorevoli quotidiani italiani -se non il più prestigioso-, non posso non esprimere tutta la mia indignazione . Ho finito il tour degli stipiti di casa mia e mi rimane solo il mio lavoro per sottolineare con tutti gli evidenziatori presenti nella cartoleria più grande d’Italia, lo sdegno che provo.
Il brutto trafiletto in questione titola “Se l’anoressia diventa reality” ed è firmato da Paolo Di Stefano ed è apparso sul Corriere della Sera lo scorso 4 marzo.. Lo cito non per dovere di cronaca, in questo caso infatti sarebbe di gran lunga meglio lasciarlo cadere nella fitta rete del web, ma perchè spero che in qualche modo queste righe, gli arrivino. Fra l’altro il giornalista, fra tutte le storie raccontate nella sesta stagione di “Fame d’amore che poteva sfruttare per farci partecipi del suo poco articolato, fuorviante e pericoloso pensiero, ha preso quella di Viola: una ragazza estremamente fragile che ha esplicitato temi importantissimi ed estremamente delicati. Se posso: chi sfrutta il dolore qui è Di Stefano, non la docuserie che in quanto docuserie ha un preciso taglio giornalistico seguito con cura maniacale da Francesca Fialdini e dal supporto scientifico del dottor Leonardo Mendolicchio. E non lo scrivo per sentito dire o per idolatrare una figura di riferimento nella mia formazione, ma perché l’ho visto, l’ho letto e quello stesso tipo di attenzione verso l’essere umano l’ho sperimentato su di me.
Il succo del breve articolo si focalizza su come secondo lui “Fame d’amore” spettacolarizzi un problema serio arrivando ad essere un reality show del dolore. Di Stefano non si ferma qui, fa addirittura peggio: ci rende anche partecipi di quanto secondo lui non sia una trasmissione guardabile e come appesantisca gli animi degli spettatori.
Su questo aspetto forse vale la pena soffermarsi con attenzione. Leggendo il commento sembra quasi che per Di Stefano la televisione debba dare spazio solo a leggerezza, semplicità in modo da far rilassare chi la guarda. Una visione assai limitata della storia del mezzo televisivo che, proprio per la pervasività che lo contraddistingue, deve anche proporre contenuti in grado di sensibilizzare, in grado di far discutere e magari aiutare proprio quello spettatore, che Di Stefano vede scandalizzato sul divano, a percepire un disagio intorno a sé o addirittura dentro di sé.
Arrivati all’ultima riga, sempre reprimendo il forte istinto di dare fuoco al computer, si legge questa frase che riporto in ricordo di tutti gli sceneggiatori che leggendola potrebbero avere avuto un mancamento. Di Stefano ci dice: “C’è un neologismo giovanile che dovrebbe sconsigliare queste iniziative: «triggerare». Significa influenzare negativamente”.
Ora: non mi chiamo Pietro Valsecchi ma posso affermare con abbondante certezza che “triggerare” in sceneggiatura -perché a questo Di Stefano si riferisce- non abbia questa accezione. Significa altresì suscitare un moto interiore nello spettatore, positivo o negativo, fare scattare quella fiammella interiore che ci fa sobbalzare sul divano di casa o sulla poltrona di un cinema suscitandoci un’emozione e una riflessione.
Anche se abbiamo la memoria di un pesce rosso ci ricordiamo che cosa ha subito “Fame d’Amore” ad inizio stagione? Ci ricordiamo la terza serata. Sono riflessioni come quelle che ci ha “regalato” Paolo Di Stefano a dare corpo a chi pensa come programmi simili vadano posizionati lontano dagli occhi dei telespettatori. Sono critiche come queste che poi alimentano un certo disorientamento editoriale. Attenzione quindi a come battiamo le lettere sulla tastiera perché, chi fa il nostro mestiere, è il primo a dover valutare le conseguenze che possono scaturire da quello che dice.
La politica ormai a questa responsabilità ci ha rinunciato rendendoci partecipi di spettacoli imbarazzanti. Almeno noi, noi che in qualche modo influenziamo le persone, prestiamo attenzione. Le parole, i concetti che decidiamo di mettere sul foglio poi si spandono nella società e va a finire che qualcuno ci crede davvero.







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