Bello il 3 dicembre ma preferisco il 4.
Ci sono poche cose al mondo che mi infastidiscono oltre la specie umana con cui però, per forza di logica, ho dovuto trovare un compromesso. Al secondo posto ci sono saldamente le ricorrenze: ormai abbiamo ricorrenze tutti i giorni, più di una al giorno, su temi opposti; passiamo dalla giornata del Panda a quella della Carbonara con una rapidità di ragionamento che neanche Musk.
Purtroppo abbiamo istituito anche la Giornata dei Diritti delle persone con Disabilità: che bello. Una giornata che non mi rappresenta neanche per il mese in cui l’hanno posizionata: cinque giorni prima di iniziare a vedere Babbi Natale arrampicati sui balconi e luminarie che neanche Las Vegas. Una giornata in cui si sente l’irrefrenabile esigenza di organizzare convegni, presentazioni, spettacoli a tema credendo che in questo modo si sensibilizzi la cittadinanza.
Il più delle volte, secondo la mia piccola e modesta esperienza, ci si dice quanto siamo bravi, quanto si dovrebbe fare di più e come dobbiamo prendere stimolo da questa giornata. Peccato che poi arrivi il 4 e si passi al nuovo tema per il quale il copione è più o meno uguale: gli esperti si fanno un bagno di folla, i content creator tematici guadagnano per poi passare alla giornata successiva quando, altri, proveranno ventiquattr’ore di gloria.
Bello eh. Bellissimo, salvo poi svegliarsi il giorno dopo pensando di aver fatto la rivoluzione, aprire la finestra e accorgersi che non sia cambiato niente; ma soprattutto che, di quella linfa di cui ci si dovrebbe essere ricaricati, non c’è traccia perchè il tema del giorno è un altro.
Il problema, facendo un attimo i seri, è che dovremmo avere già ampiamente capito come la “giornata di” non sposti nulla perchè crea l’illusione di cambiare il mondo salendo su un palco e accendendo un microfono. Nonostante provi immensa soddisfazione nel raccontare cose a gente seduta e in silenzio difronte a me, so come la realtà sia altrove. È assai banale scriverlo ma la realtà è quella del 4 dicembre, del 5, del 6, del 7, dell’8… La realtà è quando devi prendere una laurea in astrofisica per accedere al sito dell’INPS; la realtà è quando vorresti fare un abbonamento a teatro ma non è possibile; la realtà è quando, pensando al futuro, ti immagini spendere centinaia di euro in taxi perchè il trasporto pubblico non ti dà sicurezza; la realtà sono gli insegnanti di sostegno che ogni settembre cambiano facendo così perdere tempo agli studenti per la necessaria osservazione del caso. La realtà è quando racconti che ti sei trasferito in una casa da solo e l’interlocutore ti guarda, con gli occhi simpatici e ti dice: “Chissà quante feste organizzi adesso”; o ancora meglio: “Si sta bene senza mamma e papà eh”. La realtà è anche quando, guardando una puntata di Masterchef ti viene in mente come poter rompere le uova da solo. Vallo a spiegare all’esperto di adattamento domestico che, a forza di teoria, si mette a misurare la circonferenza dell’uovo per proporti l’ausilio più adeguato. Questa è la realtà delle disabilità: non i discorsi del 3 dicembre.
La realtà è anche quando ti sorprendi perchè una persona mai vista prima parla con te e non con chi ti ha accompagnato. Come fosse l’eccezione, come fosse un genio rivoluzionario mentre ha compiuto un gesto naturale. Poi, nel caso a cui mi riferisco c’è anche molto altro mi sia permesso, ma questo è un altro discorso. Nel caso specifico c’è la lezione di comunicazione più importante che abbia mai ricevuto; al contempo però c’è lo stupore per essermi stupito che mi fa pensare come non sono abituato ad un gesto del genere. Anche questa è integrazione: riconoscere l’attenzione dell’altro e provare insieme a comprendersi senza cercare aiuti con lo sguardo buttato altrove.
La realtà è fuori dai convegni, dalle sale istituzionali: ecco perchè dovremmo fare una rivolta sociale: il 3 dicembre diamoci malati, diciamo che siamo in ferie o che dobbiamo andare a trovare un lontano parente. Non per snobismo, ma perchè non serve a niente se poi il giorno dopo il tema scompare. Perchè è una meravigliosa macchina di spettacolo con l’unica differenza che, quando si grida “stoop” i veri protagonisti rimangono con il moccolo in mano e l’illusione che cambierà tutto.
Amo i palchi, i microfoni, i fari che ti fanno maledire la brillante idea di esserti messo la giacca di lana: ogni volta che posso portare il mio ego su un palco lo provo a fare al meglio, ma il 3 dicembre no perchè so di raccontare qualcosa che il giorno dopo sarà dimenticata. Il 3 sei cercato anche dal Papa, che per chi ha un buon cachet è buono, meno per chi come me va ancora gratis provando sofferenza il giorno precedente e il giorno successivo: quarantott’ore passate a trovare scuse che possano mettere a tacere quella vocina che ti dice: “Ma che cazzo stai a fa’”.
Se vogliamo: questo è “abilismo” qualsiasi cosa voglia dire. C’è un messaggio profondamente sbagliato che si manda confinando le disabilità in una giornata: quello che vede le disabilità come qualcosa di straordinario esattamente come l’estinzione dei Panda. La disabilità è invece qualcosa che esisteva ieri, esiste oggi e esisterà domani. È qualcosa che necessita ancora di molto lavoro, di molto studio e di molta cultura; è qualcosa che non definisce la persona ma che la caratterizza. Può sembrare una supercazzola ma non lo è: l’integrazione non si fa chiamando i sette nani “i sette diversamente alti” o “i sette che non arrivano a prendere la teglia sull’ultima mensola prima della stratosfera”. Così non faremo altro che alimentare la distinzione. L’integrazione si fa con gli atteggiamenti che mettono le persone sullo stesso piano; non con le quote blu, gialle, verdi o rosse.
Ecco perchè il 3 dicembre non vorrei essere conosciuto da nessuno: per non dover intervenire in nessun modo, in nessun contesto e in nessuna forma conscio del fatto che non serva assolutamente a niente.







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