La mia passione per i temi istituzionali e costituzionali mi spinge a raccontare perchè, a mio parere, la riforma della Giustizia su cui saremo chiamati ad esprimerci il 22 e 23 marzo è positiva.
Lo faccio essendo lontano da molto tempo dalla politica, facendo una professione lontana dall’ambiente che ho vissuto per tanti anni.
Quando si parla di Costituzione siamo tutti chiamati ad esprimerci, a farci un’opinione il più possibile autonoma perché la domanda che troveremo sulla scheda non sarà “sei d’accordo con il governo?” ma ci verrà chiesto se concordiamo o meno con un testo di legge.
Purtroppo, per rispondere a questa domanda esiste solo un modo possibile: leggere il testo di cui si discute. I pareri vengono dopo, le interpretazioni politiche sono dettagli che aggiungono materiale a volte di bassa qualità. Anzi: molto spesso, viziati dal comprensibile obiettivo delle due parti in causa di racimolare più voti possibili.
Un principio che ho imparato nel 2016 affrontando la campagna per il no al referendum dell’allora riforma costituzionale. Allora ero proprio nel pieno della mia parentesi politica durata dodici anni. Lo ricordo come un periodo nel quale stare sul tema era complesso: tutti aggiungevano elementi che non avevano a che fare con il testo di quel progetto di riforma.
In casi simili il rischio è quello però di esprimere un giudizio su chi l’ha scritta la riforma e non sul suo contenuto perdendo, magari, l’occasione di accogliere una modifica positiva solo per il gusto di vedere perdere l’avversario.
Quando si parla di Costituzione questo non può accadere: il testo costituzionale infatti sopravvivrà ai volti politici su cui possiamo provare simpatia, antipatia, perchè no anche disprezzo legittimo.
Il mio sì nel merito
Non avendo l’intenzione di convincere ma solo di aggiungere elementi al dibattito vi spiego perchè ho deciso di votare sì. Esclusivamente basandomi su ciò che dice il testo.
Voterò sì perchè apprezzo le dinamiche chiare come avere giudice e Pubblico Ministero che fanno due carriere diverse, amministrate da due organismi diversi. Chi giudica avrà una carriera dedicata tutta al giudizio terzo; chi è tenuto invece a formulare l’accusa avrà una carriera totalmente dedicata a questa funzione. Una dinamica razionale e coerente con il ruolo del giudice e del PM che continueranno ad essere autonomi: così infatti è scritto nella riforma e sulla chiarezza di questo principio non si può fuggire: il magistrato è terzo nell’attuale ordinamento e lo rimarrà nel caso passasse la riforma costituzionale.
Anche sul secondo grande tema, ovvero i collegi separati, mi trovo concorde su quanto prevede il testo: si tratta di coerenza istituzionale che deriva dalla separazione delle carriere. Se vengono disegnate due carriere distinte per giudice e Pubblico Ministero, servono anche due organismi di autogoverno diversi come previsto dalla riforma. Due assemblee che amministrano le due funzioni sempre e comunque presiedute dal Presidente della Repubblica: figura che qualcuno si dimentica di inserire nel racconto.
Occhio al “sorteggio”
Proprio di narrazione fuorviante si tratta quando si critica il metodo del sorteggio previsto dalla riforma per comporre i due consigli di autogoverno oltre l’Alta Corte. Sempre il testo prevede che il sorteggio venga eseguito sui membri di ciascuna categoria che soddisfino determinati limiti di anzianità e carriera. Sorteggiare quindi non significa che chiunque potrà sedere nei due organi: chi ricoprirà quei ruoli sarà qualificato e appartenente al settore che dovrà amministrare. Un modo concreto per limitare che ci siano gruppi organizzati all’interno dei due organi a garanzia del principio di terzietà della magistratura.
L’introduzione dell’Alta Corte
Fa discutere anche l’introduzione di un terzo istituto, ovvero l’Alta Corte alla quale sarà dato il potere disciplinare dei magistrati. Una corte formata, in questo caso sì, da tutte le parti in gioco in un processo che si confronteranno insieme sulla condotta di giudici e PM qualora ci fossero fatti da verificare nello svolgimento delle funzioni. A garanzia, questo collegio condiviso, della contaminazione culturale fra le carriere in sede di esame procedurale.
Un sistema che introduce chiarezza, limita condizionamenti politici e aumenta il valore della terzietà del giudizio. Questo dice il testo; altro attiene alla speculazione politica a volte non riguardante neppure il contesto.






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